p 157 .

Paragrafo  2  .  La nuova dimensione della filosofia:  epicureismo,
stoicismo, scetticismo.
     
Introduzione.

Diventate  autonome  le  singole  scienze,  la  filosofia     come
"liberata"  da  una serie di compiti: gli aspetti  particolari  del
mondo  sensibile  sono  oggetto di  studi  specifici  ed  essa  pu
dedicarsi interamente allo studio del Tutto.
     Inoltre,  scomparsa la realt della plis, in cui la filosofia
era  nata  e  cresciuta, anche se non mutano i temi di fondo  della
riflessione filosofica, cambiano i "destinatari" dell'attivit  del
filosofo.
     
A chi si rivolge la filosofia.
     
La  filosofia  nata come sapienza destinata a pochi: il  carattere
religioso  e  iniziatico della scuola pitagorica  ne    una  prova
evidente.  Ma  anche  in  epoca  successiva  perdura  il  carattere
elitario  della  filosofia: gli stessi  sofisti,  che  rompono  gli
schemi tradizionali del sapere filosofico, si rivolgono a pochi,  a
coloro  che  possono pagare le lezioni e che saranno  destinati  al
governo  della citt. Platone afferma esplicitamente che  non  sono
molti  gli  individui  nati  con  un'anima  che  consenta  loro  di
dedicarsi alla filosofia. Per Aristotele le difficolt di conoscere
la  Verit  sono  grandi,  e  in pochi  riescono  a  vederla  senza
lasciarsi abbagliare da essa, come la civetta dalla luce del Sole.
     Socrate  (insieme ad alcuni esponenti delle scuole socratiche)
  forse l'unico che si sottrae a questa concezione della filosofia
come  sapienza  destinata  a  pochi:  nell'insegnamento  socratico,
incentrato  sull'esistenza di un'anima immortale in  ciascun  uomo,
manca la gerarchizzazione dell'anima stessa elaborata
     
     p 158 .
     
     da Platone e manca anche la distinzione aristotelica, riferita
all'intelletto umano oltre che alla condizione sociale, tra  liberi
per  natura  e schiavi per natura. Per Socrate la saggezza    alla
portata di tutti.
     Dopo la morte di Platone e Aristotele, mentre si sviluppano le
loro  scuole,  l'Accademia  e il Liceo,  e,  all'interno  di  esse,
perdura la concezione della filosofia come sapere sommo destinato a
pochi,  prende campo nella cultura greca la tendenza  a  filosofare
rivolgendosi a tutti: le nuove scuole filosofiche, che nascono  tra
la  fine del quarto e gli inizi del terzo secolo avanti Cristo, non
distinguono  tra  liberi  e schiavi, tra  Greci  e  barbari,  e  si
rivolgono all'uomo.
     
Epicuro e l'epicureismo.
     
Sulle  coste della Licia, una regione montagnosa dell'Asia  Minore,
sorgeva una piccola citt chiamata Enoanda. Nel secondo secolo dopo
Cristo  vi abit un filosofo di nome Diogene(14) che fece  incidere
sul   muro   del   portico   della  principale   piazza   cittadina
un'iscrizione lunga un centinaio di metri - quasi un enorme  papiro
srotolato -, di contenuto filosofico.
     Diogene  di Enoanda era un filosofo epicureo e quindi  la  sua
epigrafe  gigantesca,  di cui conosciamo solo  frammenti,    utile
anche  per  la conoscenza della dottrina di Epicuro. Ma soprattutto
ci  preme sottolineare l'idea di fare incidere sulla pietra,  nella
piazza principale della citt, un documento di tipo filosofico, che
 prova del nuovo ruolo assegnato alla filosofia a partire dall'et
alessandrina.   L'epigrafe   di  Diogene   vuole   intenzionalmente
rivolgersi a tutti, liberi e servi, cittadini e stranieri  (infatti
vi  si  poteva leggere, tra l'altro: "tutto il mondo   una  patria
sola  e  tutta  la  Terra una casa comune"), e  non  solo  ai  suoi
contemporanei, ma anche ai posteri: oltre a scegliere  un  supporto
lapideo  per  la sua iscrizione, egli dichiara anche esplicitamente
di voler parlare a coloro che "ancora non nacquero".(15)
     La   dottrina  di  Epicuro  appariva  ai  suoi  seguaci   come
portatrice  di un messaggio universale da trasmettere a  tutti  gli
uomini  di  tutte le epoche; essa rappresenta la via  per  giungere
alla felicit e al piacere.
     
La felicit e il piacere.
     
Aristotele  aveva posto al centro della sua riflessione  sull'etica
il  problema  della  felicit (eudaimona)  ed  era  arrivato  alla
conclusione  che  per  essere felici   necessario  vivere  secondo
ragione all'interno dello stato.
     La  felicit,  che nella tradizione cominciata  da  Socrate  e
continuata  con Platone e Aristotele  possesso del Bene,  coincide
in ultima istanza con la conoscenza.
     Esiste,  comunque, nel pensiero greco del quinto e del  quarto
secolo  avanti  Cristo,  una tendenza a collegare  la  felicit  al
piacere  (edon): l'aveva espressa il sofista Antifonte  e  l'aveva
ripresa Aristippo.(16)
     
     p 159 .
     
     Pensare  alla felicit legata al piacere non significa  negare
il  ruolo  della ragione e della conoscenza razionale, ma piuttosto
spostare il fine della ricerca da qualcosa che  esterno all'uomo a
qualcosa  che  gli  interno. La spinta a conoscere -  e  quindi  a
essere  felice  -  perde la finalit metafisica, non  proviene  dal
desiderio di raggiungere la perfezione assoluta del Sommo Bene,  ma
dal  desiderio  di raggiungere il nostro piacere,  di  sfuggire  al
dolore.
     Quello  del  piacere  uno dei temi centrali del  pensiero  di
Epicuro.
     Lucrezio,  il  grande  poeta  latino  seguace  della  dottrina
epicurea, dedica i primi trentasei versi del secondo libro del  suo
poema  La  natura  (De  rerum natura) a un elogio  della  filosofia
epicurea. E' dolce - sostiene il poeta - stare sulla riva quando il
mare   in tempesta e scorgere l'affannarsi di chi si trova  tra  i
flutti:  non perch ci piace l'altrui dolore, ma perch  piacevole
sentirsi liberi da quei mali.(17)
     Come  mai  -  si  domanda quindi Lucrezio  -  gli  uomini  non
riescono  a  vedere che la natura reclama per s  soltanto  che  il
corpo non provi dolore? Non servono ricchezze per tenere lontano il
dolore,  pu bastare ristorarsi allegramente con gli amici,  su  un
prato soffice, in riva a un ruscello (specie se il tempo  bello ed
  primavera). La febbre, se sei malato, non passa prima se  soffri
su morbide coltrici piuttosto che su un modesto giaciglio.(18)
     La  filosofia, dice ancora Lucrezio - e si deve  intendere  la
"filosofia epicurea" -, apre la via al piacere nella misura in  cui
serve a liberarci dal dolore e dalla paura.
     Il  piacere rappresenta per Epicuro l'unico criterio di scelta
tra   ci  che  deve  essere  accettato  e  ci  che  deve   essere
evitato.(19)
     Una tradizione, che risale all'antichit classica(20) e che in
qualche  modo, attraverso il Medioevo e l'Et moderna,    arrivata
fino  a  noi,(21)  vede nella filosofia epicurea l'esaltazione  del
piacere   come   eccesso,  come  sregolatezza:  secondo   la   nota
espressione di Orazio,(22) i seguaci di Epicuro sono un "gregge  di
porci".
     La Lettera a Meneceo, nella quale Epicuro affronta il problema
del  piacere  e,  in  generale, della felicit e  della  morale,  
costituita   da   poche   pagine   e   merita   di   essere   letta
integralmente.(23) Ogni piacere  un bene - sostiene Epicuro -,  ma
non per questo tutti i piaceri sono da ricercare; e, d'altra parte,
anche
     
     p 160 .
     
     se ogni dolore  per sua natura un male, non  detto che tutti
i dolori siano da rifuggire.(24)
     L'aspetto  fondamentale  che emerge dalla  dottrina  etica  di
Epicuro    la moderazione, esattamente il contrario di quanto  una
tradizione  malevola  ha  tramandato per secoli:  "I  cibi  frugali
recano  uguale  copia  di  piacere di  un  vitto  sontuoso,  quando
interamente  sia sottratto il dolore del bisogno; e pane  ed  acqua
danno il piacere supremo, quando se ne cibi chi ne ha bisogno"(25).
Contro  l'eccesso  Epicuro raccomanda la  prudenza,  pi  pregevole
della  stessa filosofia e massima virt perch ci insegna  che  non
c' piacere senza saggezza e senza giustizia.(26)
     
La felicit e la conoscenza.
     
Il  piacere e la felicit non sono quindi abbandono alle  passioni,
ma  richiedono  un  attento uso della ragione;  sono  frutto  della
saggezza, cio della conoscenza. Epicuro, in questo, non si sottrae
all'imperativo  che attraversa tutta la filosofia greca:  conoscere
il  Tutto  ("Infatti, dell'intuizione del Tutto  abbiamo  frequente
necessit; di quella dei particolari non altrettanto"(27)).
     Ma anche per la conoscenza - come per la morale - nel pensiero
epicureo   assistiamo   a   un   vero   e   proprio   rovesciamento
dell'impostazione  di  Platone  e  di  Aristotele.  Nonostante   le
profonde differenze tra i loro sistemi, i due grandi filosofi  sono
accomunati dalla fondazione metafisica della conoscenza del  Tutto.
Per Epicuro, invece, la conoscenza si fonda sulla fisica.
     La  Lettera  a  Erodoto  una brillante ed esauriente  sintesi
della fisica epicurea.
     Il  Tutto   infinito ed  costituito da un numero altrettanto
infinito  di  piccolissime particelle semplici, gli atomi,  che  si
muovono  nel  vuoto  per  l'eternit lungo traiettorie  rettilinee.
Questa  schematizzazione estrema della fisica epicurea    comunque
sufficiente  a  far  capire come Epicuro si  trovi  su  una  sponda
opposta  a  quella dell'aristotelismo (e del platonismo): infinito,
vuoto,  moto  rettilineo sono concetti aborriti da Aristotele  che,
come abbiamo visto, pensava un universo finito, tutto pieno, in  un
perpetuo e armonico moto circolare.
     Le  argomentazioni  di Epicuro a sostegno  della  sua  ipotesi
atomista sono estremamente chiare.
     Dal  punto  di vista metodologico egli ammette l'esistenza  di
"verit che non cadono sotto i sensi", ma l'unico modo per giungere
ad esse  l'induzione fondata sui dati sensibili.(28)
     Anche  i  concetti, le nozioni universali, in nostro  possesso
sono  conseguenza  di  sensazioni, memoria di  sensazioni  passate.
Epicuro  definisce questo nostro bagaglio di conoscenze  prenozioni
(prolessi).
     La   sensazione    "di  per  s"  sufficiente  a   dimostrare
l'esistenza dei corpi, cio della materia.(29)
     
     p 161 .
     
     E'  necessario che, oltre i corpi, esista anche  il  luogo  di
natura non percepibile al tatto, che chiamiamo vuoto; altrimenti  i
corpi non avrebbero dove stare, n potrebbero muoversi.(30)
     Distinguiamo  quindi  tra i corpi alcuni che  sono  complessi,
cio  composti, ed altri che sono gli elementi di cui i primi  sono
costituiti.  Tutti  i  corpi  complessi  sono  divisibili,  ma  gli
elementi semplici, da cui tutti i corpi sono formati, devono essere
di  natura  compatta  e  quindi indivisibili  (atomi).  Se  non  si
ponessero   all'origine   di  tutte   le   cose   questi   elementi
indivisibili,  nulla  pi esisterebbe, perch  tutte  le  cose,  di
divisione in divisione, si sarebbero gi dissolte nel nulla.(31)
     L'universo  infinito, perch altrimenti avrebbe un'estremit,
un  limite,  che   tale rispetto a qualcos'altro; ma  il  concetto
stesso  di universo, Tutto, esclude che possa esserci qualcos'altro
fuori del Tutto, quindi l'universo  infinito. E infiniti sono  sia
gli  atomi  dell'universo sia il vuoto. Infatti se il  vuoto  fosse
infinito e gli atomi in numero finito, questi si disperderebbero in
esso;  se  invece il vuoto fosse limitato e gli atomi infiniti  non
potrebbero  in  esso essere contenuti.(32) Infiniti  sono  anche  i
mondi che costituiscono l'universo.(33)
     Pi  articolato,  invece, appare il discorso sulla  formazione
dei corpi complessi a partire dagli atomi.
     Democrito aveva sostenuto che gli atomi, muovendosi  in  tutte
le  direzioni,  si  incontrano e si aggregano  per  caso.  Epicuro,
invece,  attribuisce agli atomi un movimento rettilineo, per  tutti
nella stessa direzione, dall'alto in basso e lungo traiettorie  fra
loro  parallele; per cui gli atomi non potrebbero mai  incontrarsi.
Per spiegare l'aggregazione dei corpi Epicuro  quindi costretto  a
ipotizzare  che  alcuni  atomi declinino  spontaneamente  dal  moto
retto,  urtino  contro altri atomi e rimbalzino,  colpendone  altri
ancora, e in tal modo si intreccino e si uniscano tra loro.  Questa
teoria  della declinazione spontanea o clinamen non si trova  nella
Lettera  a  Erodoto n in alcuno degli scritti  di  Epicuro,  ma  
sicuramente  frutto del suo pensiero ed  trattata  pi  ampiamente
nella  gi ricordata epigrafe di Diogene di Enoanda e nel poema  di
Lucrezio.(34)
     Tutto,  quindi,  materia e vuoto; gli atomi, eterni, infiniti
di  numero,  tutti della stessa sostanza, hanno forme innumerevoli,
ma  finite,  diverso  peso  e  diversa  grandezza,  senza  peraltro
risultare  mai visibili.(35) Le sensazioni sono legate direttamente
all'azione  degli  atomi:  riprendendo la teoria  democritea  degli
effluvi,(36)  Epicuro  parla  di  simulacri  -  immagini  anch'esse
costituite di atomi -,
     
     p 162 .
     
     che  sono prodotti dai corpi e colpiscono i nostri sensi e  la
nostra  anima.  Anche  l'anima, infatti,    costituita  di  atomi,
seppure  sottilissimi,  e  tutte le sue  attivit,  dai  sentimenti
all'intelligenza, sono il prodotto dei movimenti di atomi.(37)
     Tutti  i  corpi composti, dai pi semplici agli organismi  pi
complessi,  sono  destinati alla dissoluzione. La  morte    questa
dissoluzione e si verifica quando i corpi sono urtati da una  forza
sufficiente a rompere i legami che tengono uniti gli atomi.(38)
     Ci  non significa annullamento, bens ritorno alla condizione
di   atomi  separati  l'uno  dall'altro  e  pronti  per  una  nuova
aggregazione.(39)
     Anche il corpo dell'uomo, che, come tutti gli organismi,   un
aggregato  di  atomi,  destinato alla dissoluzione. Con  la  morte
scompaiono anche quelle funzioni che gli atomi svolgevano  fintanto
che  erano  uniti  nel  corpo: gli atomi che costituiscono  l'anima
producono i sentimenti, il pensiero, l'intelligenza fino  a  quando
restano legati a tutti gli altri atomi dell'organismo.(40)
     
La felicit, la morte e gli di.
     
La conoscenza della struttura della natura (i corpi e il vuoto) pu
pertanto  liberarci  da  uno  dei dolori  e  delle  paure  che  pi
affliggono l'uomo: la paura della morte. "Il pi orribile dei mali,
la  morte, non  dunque nulla per noi; poich quando noi siamo,  la
morte  non c', e quando la morte c', allora noi non siamo pi.  E
cos  essa nulla importa, n ai vivi n ai morti, perch in  quelli
non c', questi non sono pi"(41).
     La  liberazione  dalla paura della morte passa  attraverso  la
"retta  conoscenza"  di  essa.  La conoscenza  rende  "godibile  la
mortalit della vita"(42).
     Ma  un'altra  paura rende infelice la vita  degli  uomini:  la
paura  degli di. Gli di esistono - afferma Epicuro -,(43) ma  non
sono certo quali li ritiene il volgo
     
     p 163 .
     
     con  le sue fallaci opinioni(44): essi sono immortali e beati,
non sono affetti da preoccupazioni, da ira e nemmeno da benevolenza
verso gli uomini.(45)
     Gli di generano paura negli uomini legati alla superstizione;
la   conoscenza  della  vera  natura  degli  di  ci  libera  dalla
superstizione e quindi dal timore.
     La  beatitudine divina  assoluta e non prevede alcun tipo  di
intervento nelle vicende degli uomini; pu solo costituire, per  il
saggio  che  quella  beatitudine riesce a intuire,  un  modello  da
seguire: la vita filosofica pu rendere l'uomo simile al dio.(46)
     
La felicit e la libert.
     
Il  saggio, attraverso una "vita filosofica", liberato dalla  paura
della   morte  e  dalla  superstizione,  raggiunge  una  forma   di
beatitudine simile a quella degli di: mancanza di dolore nel corpo
e mancanza di turbamento nell'anima.
     Per  raggiungere  questa condizione di felicit    necessario
essere  consapevoli che la nostra vita non dipende  interamente  da
noi,  ma nemmeno interamente da qualcosa che  fuori di noi. In  un
passo  molto  bello della Lettera a Meneceo si legge:  "Ancora,  si
ricordi, che il futuro non  n nostro, n interamente non  nostro:
onde   non  abbiamo  ad  attendercelo  come  se  sicuramente  debba
avvenire,   e  non  disperarne  come  se  sicuramente   non   possa
avvenire"(47).
     Il  mondo  in  cui viviamo e gli infiniti mondi  dell'universo
infinito non sono regolati dalla ferrea legge della necessit, come
sembra  intendesse Democrito;(48) non c' un Fato  cui  tutto  deve
sottostare: il futuro, almeno in parte,  nelle nostre mani; siamo,
in  una certa misura, liberi di determinarlo. Questa nostra libert
trova  un  suo  fondamento  e una spiegazione  nella  dottrina  del
clinamen, cui abbiamo accennato, cio nella libert degli atomi  di
deviare  dal loro corso rettilineo. Solo la mancanza di  una  legge
"oggettiva" che regola le aggregazioni degli atomi, che  stabilisce
la  nascita  e  la  morte  dei corpi, pu  consentire  all'uomo  di
intervenire su quelle aggregazioni; in un certo senso, di  dare  la
vita e provocare la morte.
     Diogene  di  Enoanda mette in relazione diretta il  "movimento
libero
     
     p 164 .
     
     degli  atomi" con la libert dell'uomo: che senso avrebbe,  si
domanda,  pensare alla punizione e al biasimo dei malvagi,  se  gli
uomini  non  agissero per un loro libero potere, ma trascinati  dal
fato?(49)
     Anche  Lucrezio  si pone la stessa domanda: se  tutti  i  moti
fossero  concatenati  tra  loro secondo  necessit,  come  potremmo
andare  dove il desiderio ci porta? Non c' dubbio che il movimento
inizia dal volere (voluntas) di ciascuno.(50)
     Se  l'uomo quindi  libero a quale scopo pu e deve  usare  la
propria  libert? Naturalmente a fuggire il dolore e a ottenere  la
felicit. Come abbiamo visto, non tutti i dolori sono da fuggire  e
non  tutti  i  piaceri da desiderare. Fra tutti i beni  che  l'uomo
saggio  pu cercare per essere felice, "sommo sopra ogni  altro"  
l'amicizia,(51)  che,  in  mezzo  ai  mali  della   vita,   ci   d
sicurezza.(52)  L'amicizia  per  Epicuro  pu  essere  soltanto  un
sentimento  e  un legame disinteressato,(53) basato non  sull'aiuto
che  si  riceve,  ma  sulla certezza di poterlo  ricevere.(54)  Per
l'amico si affrontano i pericoli e si soffre quando lui soffre.(55)
     L'amicizia, tra i legami che possono caratterizzare i rapporti
fra  gli  uomini,  sicuramente il pi libero. L'uomo  felice,  per
Epicuro,  non    tanto colui che, liberatosi  dalle  paure  e  dal
dolore,  vive in solitario isolamento la sua beatitudine, ma  colui
che  condivide  con altri la propria condizione. "Nulla  da  te  si
compia nella vita che ti rechi timore se conosciuto dai vicini"(56)
e  non si dimentichi che "chi  sereno non turba se medesimo n gli
altri"(57). Accanto all'amicizia, Epicuro descrive il piacere degli
affetti  familiari(58)  e,  primo tra i filosofi,  si  rivolge  con
affetto  alla madre.(59) Vivere in pace con s e con gli altri,  in
armonia  con  la natura  aspirazione somma di Epicuro: "L'amicizia
tutta  intorno trascorre la terra, lanciando a noi tutti  l'appello
di destarci all'encomio della felicit"(60).

p 165 .

La felicit e la politica.
     
Vivere  in  amicizia e in armonia con gli altri e  con  la  natura,
godendo  degli  affetti  familiari    aspirazione  che  sembra  in
contraddizione  con  la  celebre  affermazione  di  Epicuro:  "Vivi
nascosto"(61). In realt, egli non rifiutava la vita "sociale": non
solo  apprezzava  e  auspicava l'amicizia e la vita  familiare,  ma
anche riteneva necessario che i saggi vivessero in comune tra loro,
come vedremo pi avanti parlando della sua scuola.
     Ci che Epicuro voleva fuggire era la politica cos come la si
praticava  nella societ in cui egli viveva e anche come era  stata
teorizzata da Platone e Aristotele.
     "Sciogliamoci dal carcere degli affari e della politica"(62).
     La  cultura  politica  della plis,  e  la  dottrina  politica
platonica  e aristotelica, vedevano nella partecipazione alla  vita
dello  stato  il  coronamento  della  saggezza  e  dell'eticit:  i
filosofi  siano  costretti  a governare,  come  sosteneva  Platone,
perch  il Sommo Bene, la felicit, si raggiunge nello stato,  come
scriveva Aristotele.
     Epicuro, al contrario, riteneva che la felicit fosse un fatto
individuale, privato, anche se strettamente connesso - come abbiamo
visto  -  all'osservanza di princpi etici: il modello di  sapiente
che egli propone non  un "politico impegnato", ma non  nemmeno un
"solitario  contemplativo".  Il  sapiente  che  mira  alla  propria
felicit,  alla  salvezza dal dolore, svolge un compito  anche  nei
confronti degli altri, in quanto libera anche gli altri dal dolore.
Epicuro lo afferma esplicitamente quando scrive: "alcuni per  mezzo
del  loro  piacere, salvando se stessi, diventano  salvatori  anche
degli  altri"(63).  Il  filosofo traccia una  via  che  pu  essere
seguita  da ciascun uomo:(64) la salvezza che egli offre non    la
salvezza di popoli o di citt, ma di individui.(65)

La storia e il linguaggio.
     
Il  rifiuto  della politica trova una giustificazione nella  teoria
epicurea  sulla  nascita  della societ  e  del  linguaggio.  Nelle
Massime  Capitali, dalla trentunesimo alla XL, Epicuro  traccia  le
linee  essenziali di una concezione dello stato in qualche modo  di
tipo  contrattualistico: il riunirsi degli  uomini  in  societ,  e
quindi  nello stato, non sarebbe un fatto naturale, ma il risultato
di un patto.
     Ciascun  individuo,  nella ricerca del  piacere,    spinto  a
ottenere  ci che gli  utile e a fuggire ci che gli pu  arrecare
danno. Da questa spinta nasce l'accordo con i vicini, finalizzato a
non recarsi danno reciprocamente.(66)
     
     p 166 .
     
     La  giustizia,  fondamento primo dello  stato  platonico,  per
Epicuro  diventa  qualcosa che in s non esiste:   una  condizione
relativa,  subordinata al fatto che uomini e popoli hanno stipulato
dei patti tra loro; si tratta quindi di un fenomeno storico, che si
verifica in un determinato tempo e in un determinato luogo.(67)
     Di  conseguenza anche le leggi non possono avere altro che  un
carattere  relativo: sono strumenti da adattare alle circostanze  e
la  loro  validit  subordinata ai vantaggi che esse arrecano.  E'
inutile, quindi, cercare leggi giuste in assoluto, ma si badi bene,
osserva Epicuro, che se una norma, dimostratasi giusta (cio utile)
in un determinato periodo, si mostra poi ingiusta (cio inutile) in
epoca  successiva,  ci  non vuol dire che  essa  sia  ingiusta  in
assoluto,  poich, in determinate circostanze, ha rappresentato  la
giustizia.(68)
     Risulta   immediatamente  evidente  la  somiglianza   tra   le
affermazioni  di  Epicuro  e il relativismo  e  l'utilitarismo  dei
sofisti.  Ma  non  deve  sfuggire  la  grandissima  differenza  che
intercorre  tra le due posizioni: mentre i sofisti partivano  dalla
situazione politica contingente per arrivare ad intervenire in essa
con  tutti gli strumenti possibili, per Epicuro la relativit delle
norme  sociali e delle leggi dello stato deve spingere il  sapiente
alla  ricerca  di  una  verit superiore  e  a  non  curarsi  della
politica.
     Il  carattere contrattualistico delle relazioni tra gli uomini
  confermato,  per Epicuro, anche dagli aspetti convenzionali  del
linguaggio.
     L'emissione di suoni in seguito a sensazioni  per  l'uomo  un
fatto  naturale:  il grido che significa dolore  vero  e  naturale
come  la  sensazione provata; e, come la sensazione,  un movimento
di atomi. Ma il significato che assumono i diversi suoni, presso  i
differenti  popoli  e nelle diverse epoche storiche,    frutto  di
accordi e convenzioni.(69)

La felicit e la cultura.
     
All'interno  del  quadro tracciato fino a qui,  in  cui  giustizia,
leggi  e linguaggio hanno un valore relativo, va dunque inserito  e
interpretato  l'invito di Epicuro al discepolo  Pitocle:  "Fuggi  a
vele spiegate ogni genere di cultura"(70).
     Ma  la  tradizione  ostile a Epicuro  e  all'epicureismo,  cui
abbiamo  fatto cenno, ha cercato di mettere in evidenza l'ignoranza
del filosofo greco. In una
     
     p 167 .
     
     testimonianza  di Sesto Empirico(71) troviamo una  traccia  di
queste  accuse  e  anche il tentativo di darne una spiegazione:  "I
seguaci di Epicuro sembrano aver condotto in forma pi generale  la
loro  polemica contro i cultori delle scienze [...] affermando  che
la  scienza non  di nessun aiuto per il perfetto compimento  della
sapienza,  come   dottrina di alcuni, e con ci  credono  di  aver
trovato un'efficace copertura per la loro ignoranza (in molte  cose
infatti  Epicuro  era accusato di essere incolto)  [...];  o  forse
assunsero tale posizione anche per avversione ai seguaci di Platone
e Aristotele, che erano invece cultori di molte scienze"(72).
     Ancora  oggi  c'  tra gli studiosi chi vede nel  pensiero  di
Epicuro  un  rifiuto della scienza, o comunque di  una  metodologia
scientifica,  in quanto egli attribuisce al sapere scientifico  non
un valore suo proprio, ma subordinato al raggiungimento del piacere
e della felicit. A noi sembra che l'atteggiamento di Epicuro possa
fornire un'indicazione utile soprattutto agli scienziati dei nostri
giorni affinch evitino ogni atteggiamento dogmatico, non rifiutino
il   confronto   e   non  avallino  il  dominio   incontrastato   e
incontrollato della scienza nella societ contemporanea.(73)
     Epicuro,   in   realt,  non  solo  non  rifiuta   il   sapere
scientifico,  ma  ricorda sempre, in maniera quasi  ossessiva,  che
deve servire alla felicit degli uomini; per di pi lega sempre  le
due  cose:  la  felicit,  cio, non  possibile  senza  il  sapere
scientifico.(74)
     Attraverso  lo studio e la conoscenza scientifica   possibile
fornire agli uomini il tetrafarmaco, la "cura" per la felicit  che
consiste  in  quattro regole: 1) non aver paura della divinit;  2)
non  temere la morte; 3) essere consapevoli che  facile procurarsi
il bene; 4) essere consapevoli che  facile sopportare il dolore.
     Di  fronte  all'affermarsi  delle  singole  scienze  in  epoca
alessandrina, di fronte alla nascita di metodi e "statuti" autonomi
per   ciascuna   scienza,  Epicuro  non  si   fa   certo   paladino
dell'ignoranza, ma rivendica alla filosofia il compito di dare  uno
scopo anche al sapere scientifico. E lo scopo della conoscenza  non
pu essere posto al di fuori dell'uomo.
     
Perch gli atomi sono diversi dalle idee.
     
Gli  atomi  sono  invisibili  quanto  le  idee.  Epicuro  pu  solo
pensarli, come

p 168 .

Platone  pensava le Idee.(75) Atomi e idee si fanno  visibili  solo
agli occhi della mente, che pu pensare anche i meccanismi con  cui
avviene  la conoscenza: sia che essa avvenga attraverso  gli  atomi
sottilissimi dei simulacri che colpiscono i nostri organi di senso,
sia che si raggiunga attraverso la reminiscenza di Idee contemplate
nel mondo iperuranio.
     Gli  atomi  di  cui parla Epicuro possono essere solo  pensati
(immaginati);  non hanno nulla a che fare con la struttura  atomica
della  materia scoperta dalla scienza moderna. Gli atomisti antichi
(Democrito  ed  Epicuro)  aprono  per  una  via  per  la   visione
dell'invisibile che va nella direzione opposta a quella poi seguita
dalla sapienza destinata a dominare: la chiave della conoscenza del
Tutto sta nell'infinitamente piccolo.
     Il  divenire si contrappone all'Essere fintanto che  questo  
pensato  come sommo e massimo. Anassagora aveva intuto - come  gli
atomisti  - la necessit di legare il massimo al minimo, e  le  sue
omeomerie  erano il seme piccolissimo in cui  contenuto il  Tutto.
L'Essere  -  sostengono  gli atomisti  -    indivisibile  nel  suo
elemento costitutivo, l'atomo. I corpi del mondo sensibile  possono
apparirci  vuote  illusioni o pallide immagini  dell'Essere  se  li
consideriamo frammenti instabili, schegge di un Tutto che    fuori
di  loro  e al quale aspirano a ricongiungersi. Il discorso  cambia
radicalmente  se  li  vediamo, invece, come aggregati  rispetto  ai
quali  l'Essere, ci che non muta, non  fuori di loro, ma al  loro
interno, sotto forma di atomi, e permane eterno nonostante il  loro
mutare.
     
Epicuro, la sua scuola, la sua dottrina, i suoi seguaci.
     
Epicuro, nato a Samo da padre ateniese nel momento in cui la Grecia
veniva  assoggettata dalla Macedonia, manifest  interesse  per  la
filosofia fino dall'et di quattordici anni. A trentadue anni fond
una propria scuola che ebbe sede prima a Mitilene, poi a Lampsaco e
infine, dal 306 avanti Cristo, ad Atene.
     Quando  Epicuro giunse in questa citt, anche se i  principali
centri del potere politico e della ricerca scientifica erano  ormai
altrove,   nella  capitale  dell'Attica  continuava  la  tradizione
filosofica  delle scuole platonica e aristotelica e, sebbene  senza
fissa dimora, della scuola dei cinici.(76)
     Epicuro  nega  di  aver  avuto  maestri,  anche  se   i   suoi
riferimenti  a  Democrito sono innegabili e  la  genesi  della  sua
dottrina    in  relazione, seppure polemica, con il  platonismo  e
l'aristotelismo, come ha ampiamente dimostrato Ettore Bignone(77).
     L'originalit  del  pensiero  di  Epicuro  dovrebbe  risultare
abbastanza  evidente da quanto abbiamo detto fino  a  qui,  ma  pu
trovare un'ulteriore conferma nella struttura e nell'organizzazione
della  sua  scuola.  Ad Atene viveva in una  casa  con  annesso  un
giardino, dove si intratteneva con i discepoli (la scuola prese  il
nome di "Giardino di Epicuro").
     
     p 169 .
     
     Il   vincolo  che  legava  discepoli  e  maestro  era   quello
dell'amicizia; dalla scuola era bandito ogni elemento  religioso  -
caratteristico delle scuole pi antiche, ad esempio  la  pitagorica
-; avevano accesso al Giardino uomini e donne, liberi e schiavi. La
felicit, infatti,  un diritto per tutti gli esseri umani.
     Di  fronte  alle passioni che dominavano la vita politica,  la
scuola di Epicuro si presenta come un modello di comunit in cui  
possibile  liberarsi  dalle passioni: i  sapienti  non  tentano  di
modificare  le condizioni della citt, dello stato, dei popoli,  ma
vivono, per quanto  possibile, la propria personale "beatitudine".
     Come  nella  scuola  di  Pitagora,  per,  grandissima     la
venerazione  per  il Maestro. E come la dottrina pitagorica,  anche
quella  di  Epicuro  non si modifica e non si  sviluppa,  ma  resta
sostanzialmente  invariata nel tempo e tale  giunge  a  Roma,  dove
trova  il  suo massimo cantore in Lucrezio. Riscoperto nel  periodo
umanistico    e   rinascimentale,   l'epicureismo    -    filosofia
controcorrente - creer non pochi problemi ai suoi sostenitori.
     
Lo stoicismo.
     
La  liberazione  dal peso delle passioni e il raggiungimento  della
imperturbabilit   e   della   beatitudine   non   possono   essere
semplicemente  il  risultato di un atteggiamento etico:  anche  gli
stoici,  come Epicuro, presuppongono la conoscenza del  Tutto.  Per
questo anche lo stoicismo si confronta con tutta la filosofia greca
precedente  e,  in  qualche modo, ne rappresenta  la  prima  grande
sintesi.
     Pensiero e materia, i due elementi che nei sistemi platonico e
aristotelico  sono entrambi reali, proprio per la  loro  innegabile
realt, dividono di fatto il Tutto in due, facendo cos venire meno
l'unit dell'Essere.
     Ricomporre questa unit venuta meno  il problema dominante  e
ricorrente,  in  maniera  quasi ossessiva, nella  filosofia  greca:
nell'epoca  ellenistica  esso si presenta  in  termini  ancora  pi
drammatici  perch  i grandi sistemi elaborati nel  quarto  secolo,
dopo  aver  dato  l'impressione di risolverlo,  lo  hanno  lasciato
invece  completamente  aperto. I filosofi, con  la  loro  saggezza,
possono  forse cogliere la pienezza dell'Essere e saldare nel  loro
pensiero  la  frattura tra le due opposte realt, ma la  stragrande
maggioranza  degli  uomini  molto  spesso  non  riesce  nemmeno   a
intravedere la via della salvezza e, legata al vincolo dei sensi, 
condannata a vivere tra le "ombre della caverna", con incombente la
paura  del  Nulla. Per questi uomini la Verit  ancora quella  del
mito,  delle  sue promesse e delle sue minacce; la religione  offre
l'unico rimedio al dolore.
     Abbiamo  visto che Epicuro, pur avendo dato vita a una  scuola
filosofica all'interno della quale il legame tra i discepoli e  tra
questi  e  il  maestro  era strettissimo, propone  un  tetrafarmaco
destinato  a  tutti gli uomini. La filosofia  l'unico  rimedio  al
dolore e alla paura e, in quanto tale, non pu essere privilegio di
pochi.
     Mentre  Epicuro  discuteva di filosofia  nel  "Giardino",  una
scuola  - come abbiamo visto - aperta a uomini e donne, a liberi  e
schiavi, per le vie di Atene si aggirava un filosofo cinico di nome
Cratete,  originario  di  Tebe. Egli  cercava  di  riconciliare  le
famiglie  divise e dava utili consigli pratici, svolgendo quasi  un
servizio  porta  a  porta molto apprezzato dagli  Ateniesi.(78)  Un
servizio
     
     p 170 .
     
     che   non   poteva   certo  essere  fornito  dagli   esponenti
dell'Accademia o del Liceo.
     Arrivando  ad Atene nel 313 avanti Cristo, dalla natia  Cizio,
nell'isola  di  Cipro,  Zenone si un a  Cratete  e  fu  fortemente
influenzato  dal  suo  insegnamento. Secondo  la  testimonianza  di
Timone(79),  riportata da Diogene Laerzio, "Intanto raccoglieva  un
nugolo  di  poveri  servi, i pi pitocchi  e  i  pi  affamati  del
mondo"(80).  Intorno al 300 apr una scuola in un portico  decorato
di affreschi, Sto poikle, cio "portico variopinto". Nasceva cos
lo stoicismo.
     Di  Zenone, autore di numerose opere, abbiamo soltanto  scarsi
frammenti e poche testimonianze indirette;(81) sembra comunque  che
gi  con  lui  vengano  messi  a  fuoco  i  temi  essenziali  dello
stoicismo, quali l'esistenza di un ordine naturale e razionale  che
unisce  tutte  le  cose  e  la convinzione  che  il  bene  consista
nell'accordo dell'individuo con tale ordine.
     Dopo  Cleante di Asso, successore immediato di Zenone, diresse
la  scuola stoica Crisippo, che diede un'organizzazione sistematica
al  pensiero stoico; questo - contrariamente a quello di Epicuro -,
pur  mantenendo alcune costanti, sub notevoli variazioni nel corso
della  sua storia. Si parla infatti di antica Sto (terzo e secondo
secolo  avanti Cristo), con Zenone, Cleante e Crisippo; media  Sto
(secondo  e  primo  secolo  avanti Cristo),  i  cui  esponenti  pi
importanti  furono  Panezio e Posidonio;  nuova  Sto  (primo-terzo
secolo  dopo  Cristo),  caratterizzata dallo  stoicismo  romano  di
Seneca, Epitteto e Marco Aurelio.
     Qui daremo comunque solo un quadro sommario degli elementi che
caratterizzano il pensiero stoico nel suo complesso.
     
La logica.
     
La  dottrina  stoica, seguendo lo schema predisposto  da  Crisippo,
viene  tradizionalmente divisa in logica, fisica ed  etica.  I  tre
momenti  sono  ovviamente connessi fra loro, ma lo stesso  Crisippo
suggerisce di seguire la successione da lui proposta.
     La  logica stabilisce i criteri della conoscenza ed    quindi
preliminare ad ogni considerazione di altro tipo.
     Per  gli  stoici,  come  per  gli epicurei,  fondamento  della
conoscenza  sono i dati sensibili. I concetti sono  la  conseguenza
dell'azione  di oggetti corporei sull'anima, ritenuta anch'essa  un
principio corporeo.
     I   concetti,   quindi,  non  riflettono  enti  universali   e
soprasensibili  -  come le Idee platoniche  -  e  non  sono  innati
nell'uomo,  la cui mente, al momento della nascita,  completamente
"vuota" (tabula rasa): essi si formano attraverso l'esperienza e la
memoria  di  una molteplicit di sensazioni simili e sono  espressi
dai nomi, cio da parole adatte a indicare pi cose simili.(82)
     
     p 171 .
     
     Siccome  gli  oggetti  che producono le sensazioni  nell'anima
sono    incontrovertibilmente    reali,    le    sensazioni    sono
necessariamente vere, come l'impronta di un sigillo nella cera.
     Ma  l'immagine che il soggetto che conosce collega all'oggetto
che  ha  prodotto  la  sensazione non  necessariamente  vera.  Per
essere  vera,  la rappresentazione deve essere evidente,  escludere
ogni  possibilit di dubbio e ottenere cos l'assenso  (katlepsis)
dell'anima,  che  seguito dalla comprensione.(83( Pertanto  si  ha
l'errore  quando  si fornisce l'assenso a una rappresentazione  non
del tutto evidente.
     La   logica  stoica,  quindi,  va  la  di  l  del  sillogismo
aristotelico.  La  sillogistica  di  Aristotele  si   fonda   sulla
struttura  delle  proposizioni  (rapporto  soggetto-predicato)  per
definire  la veridicit del rapporto fra le proposizioni  medesime,
che    data  dalla disposizione dei termini estremi e del  termine
medio nelle due premesse.(84) Gli stoici prendono in considerazione
proposizioni  che  sono  evidenti di per  s,  e  chiamano  i  loro
ragionamenti anapodittici (cio "indimostrabili", perch evidenti),
passando  cos da quello che, riferendosi ad Aristotele,  chiamato
il  "calcolo  dei predicati" basato sul sillogismo  apodittico,  al
cosiddetto   "calcolo  delle  proposizioni".  Questo  succede,   ad
esempio, in un ragionamento di questo tipo: "E' impossibile che sia
insieme  notte  e  giorno; ma ora  giorno; dunque  non    notte".
Ridotto  in termini simbolici, e attribuendo a q il significato  di
"un  qualsiasi evento" e a p quello di "un qualsiasi altro  evento"
diverso da q, il ragionamento viene espresso da: " impossibile p e
q insieme; ma p; dunque non-q".(85)
     Visto che le rappresentazioni sono il frutto dell'azione di un
oggetto  reale su un soggetto reale (entrambi corporei), lo  studio
delle  proposizioni che esprimono quelle rappresentazioni    anche
studio  delle relazioni che operano nella realt. La logica  quindi
non  esprime solo la struttura del discorso, ma anche la  struttura
del reale.
     In  questo contesto le parole, cio il linguaggio, non possono
essere    considerate    un   fatto   convenzionale,    ma    segni
indissolubilmente  legati agli oggetti corporei  che  producono  le
sensazioni.
     La riflessione sulla logica porta, quindi, all'identificazione
della struttura
     
     p 172 .
     
     del  discorso  con la struttura dell'universo e  quest'ultima,
come  abbiamo  accennato sopra, non pu essere che razionale,  cio
ordinata  e  governata da una Ragione. Per indicare questa  Ragione
gli stoici usano il termine Lgos, gi utilizzato da Eraclito.
     
La fisica.
     
L'idea  stoica della divinit, espressa dal Lgos, riunisce  in  s
nozioni  contraddittorie: principio materiale  e  al  tempo  stesso
spirituale,  fuoco originario e intelligenza suprema, necessit  di
creare il mondo e libert nella creazione.
     Il  Lgos divino produce ogni cosa del mondo, permeando di  s
tutta la materia. Con gli stoici si pu quindi parlare di una forma
di  panteismo,  dal  momento che la stessa  materia    Dio,  e  di
immanentismo, dal momento che la divinit  presente  in  tutte  le
cose.
     La sostanza divina, nel dare origine al mondo, svolge per due
funzioni: la materia priva di qualit si offre alla ragione che  la
modella. Sono quindi presenti nella realt due princpi, il passivo
e l'attivo.(86)
     Ma  la  separazione tra i due princpi, tra ragione e materia,
non   mai netta; si tratta di funzioni diverse, fermo restando  il
fatto che la realt  unica. L'universo  pensato dagli stoici come
un  immenso  organismo vivente, in cui ciascuna parte    legata  a
tutte le altre, reso vivo da una tensione (tnos) che muove dal suo
interno,   estendendosi  verso  l'esterno   per   poi   tornare   a
condensarsi.  L'immagine  dell'universo ,  quindi,  quella  di  un
organismo pulsante.
     Se  il Lgos divino, come in Eraclito, viene rappresentato dal
fuoco,  il  principio che fa vivere l'universo    spesso  indicato
dagli stoici con la parola pnema (soffio vitale), che  in qualche
modo il "veicolo" del calore divino.
     La divinit degli stoici appare, quindi, quanto di pi lontano
si  possa  pensare dalle concezioni di Epicuro. Da  una  parte  di
imperturbabili  che  non  si  occupano  delle  vicende  del  mondo,
collocati   addirittura  fuori  dal  mondo   (negli   intermundia);
dall'altra  una divinit tutta calata nel mondo, che si  identifica
in esso, lo ordina e lo governa.
     L'ordine dell'universo, pertanto, non solo  razionale,  ma  
anche  finalizzato al mantenimento della perfezione divina  che  si
realizza proprio nell'universo. In altri termini, l'universo  fine
a se stesso.
     Questa  ultima considerazione ha due implicazioni  importanti.
In primo luogo l'organizzazione dell'universo  la realizzazione di
un  progetto perfetto e tutto ci che si trova al suo interno ha lo
scopo  di  mantenere la perfezione - anche ci che ci  appare  come
male(87)  -;  quindi  l'intelletto divino agisce  come  provvidenza
(prnoia).
     
     p 173 .
     
     In secondo luogo, ogni cosa che , siccome  all'interno di un
progetto  perfetto,  non pu che essere cos come  essa  .(88)  Il
mondo, per, non  caratterizzato da una perfezione statica,  ma  
soggetto,  come  tutti  gli  organismi, a  una  trasformazione  che
comunque  non  pu essere infinita: come tutti gli  esseri  viventi
generati a un certo punto della loro vita sono in grado di generare
un  nuovo  essere che somiglier loro, cos il mondo,  a  un  certo
punto  della  sua  vita  - cio al termine di  un  grande  anno  -,
generer un altro mondo, identico a s in ogni dettaglio e in  ogni
evento.(89(
     
L'etica.
     
Zenone  cos determin il fine: "l'armonia della vita; cio  vivere
secondo  una  ragione  unica e armonica, in quanto    da  infelici
vivere  in modo incoerente [...] Cleante [...] aggiunse le  parole:
con  la  natura, e cos defin: il fine  vivere in armonia con  la
natura.  Il che Crisippo, volendolo render pi chiaro, espresse  in
questo   modo:   vivere  in  modo  conforme  all'esperienza   degli
accadimenti  naturali"(90). Il pensiero della prima Sto    quindi
gi  compiuto  rispetto a tre temi fondamentali: la base  razionale
della   vita   etica,  l'armonia  con  la  natura,   il   carattere
fondamentale dell'esperienza.
     La  ragione   ci che distingue l'uomo, il quale realizza  la
propria natura vivendo secondo regole razionali. Gli animali  hanno
una  vita regolata dagli istinti, dagli impulsi, ma per gli uomini,
esseri  razionali per natura, "vivere secondo ragione",  vuol  dire
"vivere   secondo  natura"(91).  La  ragione  svolge  una  funzione
regolatrice  degli impulsi: anche questi, infatti,  sono  naturali,
come sono naturali il piacere e il dolore che derivano dal seguirli
e  come sono naturali gli oggetti perseguiti dagli impulsi;  ma  la
ragione  consente  di  cogliere, al  di  l  dei  singoli  oggetti,
l'ordine  che  governa  l'intera  natura;  e  quindi  consente   di
conformarsi ad esso.
     La  vita in armonia con la natura richiede comunque un impegno
da  parte  dell'uomo,  perch ciascuno di  noi  nasce  con  istinti
naturali che dominano
     
     p 174 .
     
     la  nostra vita fino al raggiungimento dell'et della  ragione
e,  una volta raggiuntala, dobbiamo combattere continuamente contro
gli istinti per sottometterli e costringerli all'obbedienza.(92)
     L'ordine della natura, cui l'uomo deve conformarsi, si coglie,
come   abbiamo   visto  sopra,  con  l'esperienza:  "vivi   secondo
l'esperienza  degli avvenimenti naturali"(93), esorta  Crisippo,  e
dall'esperienza risulter chiaro che unica  la legge  che  governa
la tua natura e la natura del Tutto.
     Quest'ultimo  un punto essenziale dell'etica degli stoici: la
legge che regola l'intero universo  razionale e unica, quindi  uno
solo  pu  essere il bene e una sola pu essere la  virt:  seguire
quella legge.
     Nel  nostro  agire  non esiste una gradualit  di  valori  nel
passaggio  dal male al bene: un'azione  o tutta nel bene  o  tutta
nel  male.  A  questo  proposito gli stoici  usano  immagini  molto
eloquenti,  riportate da Cicerone: per chi   naufragato  in  acque
profonde  e, arrivato in prossimit della riva, affoga  esausto  in
pochi  centimetri  d'acqua,  non fa differenza  la  distanza  dalla
salvezza  che comunque gli  negata; e cos il cagnolino,  nato  da
qualche  giorno  e  in procinto di aprire gli  occhi,  non    meno
"cieco" di quello appena nato.(94)
     Questo  non  vuol  dire che gli enti con cui  ci  confrontiamo
siano  soltanto beni o mali; gli stoici, infatti, tra i due gruppi,
prevedono  una serie di enti indifferenti: "Zenone dice  che  [...]
delle   cose  che  sono,  alcune  sono  beni,  altre  mali,   altre
indifferenti"(95).  Sono  da  considerare  beni  la  saggezza,   la
temperanza, la giustizia, il valore; mentre sono mali la stoltezza,
la  sfrenatezza, l'ingiustizia, la vilt.(96) Sono indifferenti  le
realt  "che  non giovano n danneggiano; e sono, per  esempio,  la
vita,  la salute, la bellezza, la forza, la ricchezza, la fama,  la
nobilt, e le cose contrarie, la morte, la malattia, la sofferenza,
la  vergogna,  la debolezza, la povert, l'oscurit,  la  vilt  di
stirpe  e  altre simili"(97). Queste realt, definite indifferenti,
possono diventare bene o male a seconda del nostro agire.
     Abbiamo  riportato questo elenco perch mostra proprio  quelli
che  comunemente  appaiono invece i "beni" e i "mali"  che  possono
capitare a un uomo: risulta perci chiaro cosa intendano per  virt
gli  stoici  che  pongono  sullo stesso piano  malattia  e  salute,
ricchezza e povert, vita e morte.
     La  felicit  si raggiunge vivendo "con perfetta  indifferenza
tutto  ci  che  non    n virt n vizio, non  ammettendo  alcuna
distinzione  fra  le  cose  indifferenti, ma  tutte  considerandole
uguali"(98).
     Guidati dalla ragione, considerare uguali povert e ricchezza,
malattia e salute:  il paradosso degli stoici.
     E   questo   addossa  a  ciascuno  di  noi   una   grandissima
responsabilit  e  ci pone all'interno di una contraddizione  forse
irrisolvibile: l'accettazione di tutti
     
     p 175 .
     
     gli eventi in quanto interni all'ordine razionale del mondo  e
la libert di scelta fra una vita virtuosa e felice e una da stolti
e misera.
     Come   abbiamo   gi  visto,  la  chiave  per   uscire   dalla
contraddizione si trova nell'uso della ragione, nel nostro autonomo
e  libero assenso alle sensazioni. Anche in questo caso pu  essere
utile  una  immagine usata da Cicerone: se un cilindro  riceve  una
spinta  esterna, esso comincia a muoversi, ma il tipo di  movimento
dipende  dalla natura del cilindro.(99) Di fronte a un oggetto  che
produce in noi una sensazione, siamo liberi di scegliere se seguire
gli  istinti  e  gli  impulsi, come fanno gli  animali,  oppure  la
ragione.
     Ecco,  allora,  che  la  libert  e  la  schiavit  non   sono
condizioni giuridiche o naturali, ma dipendono interamente da  noi,
dal nostro usare o meno la facolt di agire autonomamente.
     Il  sapiente   libero perch non d il proprio  assenso  alle
passioni  e  raggiunge cos quello stato di aptheia  ("assenza  di
passioni") che gli garantisce la felicit. Parallelamente  il  vero
schiavo    lo stolto, che, seguendo gli istinti, non  realizza  la
vera natura dell'uomo, la razionalit.
     Gli  stoici,  pur riconoscendo che per la maggior parte  degli
uomini  difficile raggiungere la saggezza, affermano che ogni uomo
pu  essere virtuoso, cio sapiente e felice, senza distinzione tra
Greci e barbari, tra ricchi e poveri, tra liberi e schiavi.
     
La politica.
     
Zenone,  l'iniziatore della scuola stoica, sostiene  che  lo  stato
migliore  quello in cui "noi non siamo governati per citt  o  per
nazioni,  ognuna  distinta per proprie leggi; ma tutti  gli  uomini
consideriamo connazionali e concittadini, e sia una la  vita  e  il
mondo,  come  di  un  gregge tutto unito, allevato  con  una  legge
comune"(100).
     Questa  aspirazione cosmopolita del pensiero stoico non  porta
per,  come per gli epicurei, al disimpegno nelle specifiche realt
politiche, anche se l'impegno politico non deve per mai far venire
meno l'autonomia del saggio.
     Gli  stoici,  ovviamente, sono convinti che  la  politica  non
debba  tendere a modificare l'ordine del mondo, visto  che  esso  
frutto dell'azione del Lgos divino. Per lo stesso motivo ritengono
che  esista  una  giustizia derivante da un  diritto  naturale:  le
leggi,  quindi, non devono essere il risultato di una  convenzione,
di  un  accordo tra gli uomini, ma conformarsi al diritto naturale;
quando ci non accade, la politica pu servire ad adeguare le leggi
degli  stati  alle  leggi della natura. Cos  gli  stoici  prendono
posizione contro la schiavit, che, in quanto soggezione di un uomo
a un altro uomo,  contraria alla natura.(101)
     
Lo scetticismo.
     
Skpsis  in greco significa ricerca e skeptiks (scettico)   colui
che ricerca.
     Tutta  la  filosofia, fino dalla sua nascita,  caratterizzata
dalla  ricerca,    mossa dal desiderio di  trovare,  scoprire,  la
Verit. La ricerca, come l'abbiamo vista
     
     p 176 .
     
     nei  filosofi analizzati sino a qui, ha un fine, uno scopo;  e
proprio  per questo pu avere una fine, un termine. Il  fine  della
ricerca   la conoscenza dell'Essere, del Vero e quindi, per  molti
filosofi,  del  Bene. Una volta raggiunto il  Vero  e  il  Bene  la
ricerca  ha  termine. All'interno della teoria  della  metempsicosi
possono  essere  necessarie varie vite perch l'anima,  purificata,
raggiunga  la  contemplazione del Bene: ma una volta che  questa  
stata  raggiunta,  la peregrinazione nei corpi ha termine.  Secondo
Platone, quando il filosofo ha ottenuto la conoscenza del Bene, non
vorr occuparsi di altro se non della sua contemplazione e, per  il
bene  dello  stato,  dovr essere costretto a  governare.  Per  gli
stoici  il  ciclo  dell'universo si chiude con la fine  del  grande
anno, per poi ricominciare identico a se stesso.
     Per i filosofi che si definirono o furono definiti "scettici",
il  termine  ricerca assume un significato diverso: sta a  indicare
l'atteggiamento  permanente e l'unico atteggiamento  possibile  del
filosofo  e,  pi in generale, dell'uomo saggio, per  il  quale  la
ricerca non ha fine.(102) Nessuna certezza pu mai essere raggiunta
dalla ricerca.
     
Pirrone.
     
L'aptheia  sostenuta  dagli  stoici  come  stato  di  beatitudine,
l'indifferenza totale del saggio di fronte al piacere e al  dolore,
porta   nel  mondo  occidentale  un  aspetto  caratteristico  della
sapienza orientale.(103)
     Tra coloro che seguirono Alessandro Magno nella sua spedizione
in  Oriente,  dal  334  al 324 avanti Cristo, troviamo  Pirrone  di
Elide. In India egli ebbe occasione di incontrare i gimnosofisti (i
"sapienti nudi") e di conoscere le loro pratiche ascetiche.
     L'incontro  con culture profondamente diverse da quella  greca
esercit  su  Pirrone,  come  sugli  altri  Greci  al  seguito   di
Alessandro,  una  duplice influenza: da un lato  consent  loro  di
acquisire  elementi  di  un sapere nuovo e sconosciuto,  dall'altro
mise  in  evidenza ai loro occhi il carattere relativo di  ciascuna
forma di sapere, compreso, ovviamente, quello greco.
     Tornato  dall'Oriente, Pirrone inizi il suo  insegnamento  ad
Elide,  nel  Peloponneso,  dove Fedone  aveva  fondato  una  scuola
socratica.  Come  Socrate,  non lasci nulla  di  scritto.  Diogene
Laerzio,  anche  alla luce del pensiero degli scettici  successivi,
attribuisce a Pirrone la fondazione della scuola scettica.
     
Contro il dogmatismo.
     
"Gli  scettici erano costantemente impegnati a capovolgere tutti  i
dogmi delle scuole, n essi mai si espressero dogmaticamente"(104).
     
     p 177 .
     
     Riprendendo un tema e un metodo caro ai sofisti, gli  scettici
miravano a dimostrare che a ogni affermazione presentata come  vera
poteva  essere opposta un'affermazione contraria avente  lo  stesso
valore di verit. Quindi nessun giudizio ha pi valore di un altro.
Gli  scettici proclamano la loro indifferenza rispetto a  qualsiasi
giudizio.
     Confrontandosi  con il pensiero greco, come si era  sviluppato
fino  all'et  ellenistica, gli scettici  svolgono  una  essenziale
funzione  critica, negando il valore categorico,  assoluto,  che  i
vari sistemi si erano attribuiti.
     Ma  la  negazione  delle  verit  non  ,  per  gli  scettici,
negazione  categorica,  altrimenti  si  cadrebbe  nel  paradosso  -
costruito  dai  critici dello scetticismo - che la negazione  delle
affermazioni  dogmatiche  passerebbe  attraverso  una  affermazione
dogmatica: quella che non esiste la verit.
     
Timone.
     
L'uso della satira e dell'ironia nei confronti della filosofia  che
era nata e si era rinchiusa nell'ambito delle varie scuole  tipico
di Timone di Fliunte, discepolo di Pirrone, e autore di molte opere
scritte, di cui ci restano solo centocinquanta versi, tra le  quali
i  Silli  (Slloi), poesie satiriche rivolte contro  il  dogmatismo
degli  stoici  e  degli  epicurei, che costituiscono  un'importante
testimonianza relativa alla vita e alla dottrina di Pirrone.

Fenomeno e noumeno.
     
Gli scettici introducono una distinzione importante fra il modo  di
apparire delle cose (i fenomeni, che sono l'unico oggetto possibile
della  ricerca)  e  la loro effettiva realt  (la  cosa  in  s,  o
noumeno),  della  quale si disinteressano perch  pu  essere  solo
pensata:  come le Idee platoniche,  sicuramente chiara,  e  quindi
non ha bisogno di ricerca. Ma per gli scettici questa chiarezza non
si accompagna necessariamente alla Verit.(105)
     Questa  distinzione    destinata ad avere  grande  importanza
nella  filosofia moderna e sar al centro della riflessione  di  I.
Kant.
     
La sospensione del giudizio (epoch).
     
Oltre  a  negare il valore di verit di qualsiasi definizione,  gli
scettici  superano anche la "non definizione": "Noi  non  definiamo
nulla";   il   farlo   avrebbe   infatti   significato   dare   una
definizione.(106)  Siccome  a  ogni  proposizione  ne   corrisponde
un'altra   contrapposta  e  i  giudizi  ad   esse   relativi   sono
"contraddittori  e di uguale valore", al saggio non  resta  che  la
sospensione (epoch) del giudizio.(107) La conseguenza  estrema  di
tale procedimento  il silenzio (aphasa).

p 178 .

L'indifferenza pratica.
     
Dall'indifferenza sul piano della conoscenza deriva  l'indifferenza
come  atteggiamento  etico, l'impassibilit  totale,  l'assenza  di
passioni  (aptheia) di fronte alle situazioni opposte,  quali,  ad
esempio,  salute  e malattia, fortuna e disgrazia.  Molti  aneddoti
illustrano  questo  atteggiamento.  Diogene  Laerzio  riporta   una
storiella su Pirrone riferita da Posidonio: "Mentre i suoi compagni
di  viaggio su una nave si erano incupiti a causa di una  tempesta,
egli   rimaneva  tranquillo  e  riprendeva  animo,   additando   un
porcellino  che continuava a mangiare e aggiungendo  che  una  tale
imperturbabilit   era   esemplare   per   il   comportamento   del
sapiente"(108).
     L'imperturbabilit  dell'animo (ataraxa)   l'unica  "regola"
che gli scettici propongono al saggio.
     Tra  l'indifferenza  degli scettici e quella  degli  stoici  -
apparentemente  simili - sussiste una differenza di  fondo:  mentre
per  gli  stoici   innegabile la realt del bene, coincidente  con
l'ordine  razionale  dell'universo, e quindi  l'indifferenza    da
assumersi  rispetto a quelle realt che sono davvero  indifferenti;
per gli scettici l'indifferenza  assoluta, dal momento che nessuna
realt pu essere definita, n come bene n come male.
     
Lo scetticismo e la scienza.
     
Lo scetticismo non pu, se non al prezzo di negarsi, costituirsi in
scuola  o  dottrina  organizzata; esiste  comunque  una  tradizione
scettica  che, nel mondo antico, arriva fino ai primi  secoli  dopo
Cristo;  in  Et moderna riemergeranno atteggiamenti  scettici,  ad
esempio nei filosofi inglesi D. Hume e G. Berkeley.
     L'elemento   caratteristico   dello   scetticismo,    l'essere
indifferente  a  qualsiasi  cosa e  a  qualsiasi  verit,  porta  a
privilegiare   la  riflessione  etica  a  danno  della   conoscenza
scientifica,    che      sottoposta   a   una   vivace    polemica
antidogmatica.(109) Eppure lo spirito scettico, inteso proprio come
critica    dell'intolleranza   dogmatica    e    dell'atteggiamento
"scolastico"  (cio  difesa per principio  della  dottrina  di  una
scuola),  sar fondamentale per l'affermarsi, in epoca moderna,  di
uno  spirito scientifico in grado di riconoscere il proprio spazio,
autonomo ma relativo.

